Articolo originale: Corriere.it
Rovereto si è autoeletta Bitcoin valley italiana: tra bar e ristoranti che accettano la criptovaluta, 73 punti di pagamento, sette ATM, un “Comproeuro” e un’azienda pronta a fatturare solo in Bitcoin, spinta dalla rete di Marco Amadori e dei suoi “Bitcoin Angels”.
Dopo l’euforia, però, il ribasso di fine 2017 e la volatilità raffreddano i consumi: incassi in calo, conti convertiti subito in euro, macchinette fuori servizio e una comunità che resta piccola ma tenace.

L’articolo racconta come Rovereto, in Vallagarina, sia diventata un laboratorio della circolazione quotidiana di Bitcoin, a partire dal bar Mani al Cielo di Gianpaolo Rossi, “paziente zero”.
L’esperimento nasce nel 2015 dall’incontro con sviluppatori di Inbitcoin e dall’ambizione di Marco Amadori di trasformare la città nella “Bitcoin valley” italiana ed europea.
Nel giro di pochi anni si contano 73 punti di pagamento contro 35 a Roma e 39 a Milano, di cui 45 esercizi commerciali, oltre a sette degli allora dodici ATM nazionali.
L’ecosistema include un centro di design e comunicazione intenzionato a fatturare interamente in Bitcoin, con l’idea di un ciclo economico chiuso senza banche.
A Natale nasce anche il “Comproeuro”, un punto fisico per scambiare euro con criptovaluta, emulando i negozi “Compro oro” ma in chiave digitale.
Nella quotidianità, a Rovereto si può pagare in Bitcoin la spesa, un aperitivo, una pizza, servizi come estetista, lavanderia, carburante, buoni pasto scolastici e noleggi.
L’entusiasmo, tuttavia, si scontra con la volatilità: tra novembre e inizio 2018 il prezzo cala di circa il 35%, raffreddando la domanda locale.
Gli esercenti adottano cautele, come l’accredito immediato in euro per evitare rischio di cambio, e segnalano incassi in criptovaluta molto contenuti.
Il ristorante Il Doge, ad esempio, registra solo dieci conti pagati in Bitcoin dal giugno 2017, su circa 1.500 al mese. Anche il distributore di conversione installato al Mani al Cielo finisce “fuori servizio”, segno di un interesse che si è contratto.
Rossi, che è arrivato a pagare dipendenti in Bitcoin dal settembre 2017, riconosce l’effetto moda e invita alla prudenza e alla pazienza.
Le entrate giornaliere in Bitcoin del locale scendono da circa 80 euro a 20-30 euro dopo il tracollo, confermando il calo di transazioni.
Pur tra crepe e scetticismi, l’esperimento prosegue: una comunità piccola ma coesa continua a usare e promuovere la moneta digitale sul territorio.
Il quadro che emerge è quello di una capitale italiana del Bitcoin in bilico tra innovazione e realtà dei mercati, pionierismo e necessarie precauzioni operative.
Nel frattempo Amadori annuncia un’Accademia a Pordenone per formare all’uso delle criptovalute, segno di una strategia orientata alla diffusione e all’educazione.
La filosofia è di lungo periodo: come le email hanno convissuto col fax, così Bitcoin può coesistere con l’euro finché la tecnologia matura e si stabilizza.
Articolo originale: Corriere.it




